Il volume raccoglie gli Esercizi spirituali per studenti e docenti universitari, dal titolo Il volto umano, predicati da Luigi Giussani nel 1985, a Riva del Garda. Le tre meditazioni e l’assemblea costituiscono un percorso unitario sul tema della speranza.
Il card. Pietro Parolin, nella sua Prefazione al libro, dopo aver rilevato l’opportunità di pubblicare questi Esercizi nell’Anno giubilare del 2025, osserva come la domanda «Che cosa possiamo sperare?» - al centro anche dell’enciclica di Benedetto XVI sulla speranza, Spe salvi - attraversi tutto il testo. Parolin sottolinea la capacità di Giussani di cogliere i cambiamenti culturali, sociali ed esistenziali del suo tempo e di saper usare un linguaggio vivo, ricco d’impeto e di immaginazione per parlare a chi, dopo il crollo delle ideologie e delle loro presunte certezze, si sente nella delusione e nello smarrimento. Il testo è un originale e geniale contributo alla comprensione del cristianesimo e, senza alcuna riduzione moralistica, pone la nascita della speranza nel duplice “bussare” del limite umano, che da una parte sembra soffocare l’uomo ma dall’altra parte lo apre alla tenerezza di Dio, il quale colma l’abisso, fa rinascere e toglie la paura di non riuscire.
Nello stile degli Esercizi spirituali, o dei Sermoni, il testo coniuga lo sviluppo di contenuti dottrinali profondi alla sensibilità di giovani e di adulti che vivono in università, dunque in un contesto che più di ogni altro anticipa i futuri cambiamenti della società ed è perciò sottoposto a maggiori tensioni e incertezze problematiche. Significativo il fatto che la “paura”, richiamata nelle prime pagine, ricompaia verso la fine del testo, in due accorati appelli a respingerla: quello di san Giovanni Paolo II - «Non abbiate paura! Non abbiate paura della vostra giovinezza e di quei profondi desideri che provate di felicità, di verità, di bellezza, di durevole amore!» (p. 16); e quello di Giussani, che segna la strada della speranza contro la paura: «Ragazzi, niente paura, niente paura! Niente paura di non riuscire, di non farcela. Come non ti sei fatto tu, così non ti compi da te: è un Altro che ti compie» (p. 126).
La prima meditazione introduttiva, Il nostro volto umano, traccia l’arco della problematica in quattro momenti. Il primo riguarda il saper guardare in faccia la paura, definita come timore di perdere qualche cosa - perciò essa è «sentimento secondario» - sotto la minaccia di qualcosa che lo possa togliere. Invece di attenuarli, Giussani alza i toni e, dopo aver descritto paure e incertezze di cui la vita di un giovane ma anche di un adulto è fatta, invita a non censurarle o dimenticarle, perché il riconoscerle ci sospinge a un realismo che altrimenti non avremmo. La seconda osservazione sposta l’attenzione sull’incertezza dell’esito degli ideali, delle esigenze e dei desideri, che può portare a considerarli irrealizzabili e a ridurli, fino a dubitare delle esigenze stesse. Acutamente si nota che le delusioni che l’essere umano può provare rispetto ai risultati auspicati, ma non raggiunti, possono riversarsi, in negativo, sulle esigenze che hanno mosso verso di essi, quasi annullandole. La conseguenza di ciò - terza osservazione - è l’impoverimento umano, una sorta di blocco affettivo, che impedisce di tendere a ciò cui le domande umane aspirano, ma si accontenta della mediocrità, come chi, si dice nel testo utilizzando una efficace metafora, sta correndo per raggiungere una grande cosa, ma, vedendo un pertugio, vi si infila dentro, soffocando e buttandosi via. Contro questa «anestesia totale» che affligge l’umanità nella nostra epoca, si erge la quarta e ultima considerazione, che inizia con l’accorato appello a non ridurre le esigenze umane ma a dare loro tutta l’ampiezza di orizzonte di cui hanno bisogno e sono segno. Tale orizzonte, spiega Giussani, è la misura dell’esigenza di amore, di bellezza, di giustizia, di felicità, che diverrebbero altrimenti un ostacolo, un inganno e una menzogna se fossero ristretti a obiettivi limitati e oggetti circoscritti. Ma la rinascita delle esigenze non avviene da sola: esse rinascono, si risvegliano e “riscoppiano” grazie a un incontro: «È per qualcosa che accade che le nostre esigenze spente rinascono» (p. 35), afferma Giussani, soffermandosi sull’incontro di Zaccheo con Gesù e riproponendo, rivivendola, tale storia evangelica come paradigma per ciascuno, anche ai giorni nostri.
A L’avvenimento dell’incontro è dedicata l’intera seconda meditazione che, insistendo sulla dignità della vita umana e sulla necessità di non dimenticarla o tradirla, specifica in cinque passaggi o parole la dinamica dell’incontro che riattiva le esigenze spente. Il primo passaggio è una chiarificazione della parola “incontro” attraverso la parola avvenimento, che sta come sul suo sfondo: le esigenze si riattivano, infatti, solo grazie a qualcosa che accade alla persona e ciò ha il volto, nella sua definizione totale, di un incontro umano. Di tale avvenimento è data descrizione attraverso testimonianze vissute, episodi narrati nei Vangeli, brani liturgici. Il secondo passaggio, attraverso il commento dell’episodio del giovane ricco, di brani di Eliot e di Nietzsche, riguarda il rifiuto dell’incontro, dovuto alla prevalenza della propria autonomia, della concezione e del sentimento che l’uomo ha di se stesso, della misura con cui giudica e sceglie le cose che più gli interessano. La figura del giovane ricco, narrata nei vangeli, è l’esempio tipico di tale privilegio dato alle proprie misure: ligio nell’osservare i precetti, non ha voluto seguire Gesù, rifiutandosi di abbandonare ciò che possedeva per appartenere a ciò che aveva incontrato e alla speranza che tale incontro aveva suscitato. Tale appartenenza è, per Giussani, la grande idea della vita umana che nell’esperienza cristiana trova la sua piena realizzazione: l’identità e la vivacità umana sono il frutto dell’«appartenere a», e solo l’incontro cristiano può, senza ricorrere a espedienti psicologici, far abbandonare la legge della violenza e dell’autodifesa, consentendo di acquisire una identità umana pacifica. Diversa dal rifiuto è, rispetto all’appartenenza, la resistenza - quarto passaggio -, che, poggiando sull’istinto e sul parere, privilegia l’istante particolare, dando ad esso un valore infinito. Questa forma di reattività ha tre facce: da una parte la dimenticanza, che è anzitutto incoscienza della propria creaturalità, dall’altra la corruzione dell’intelligenza e dell’affetto, che conduce, infine, all’alienazione, che ha il suo vertice nella dipendenza dalla mentalità comune. L’ultimo paragrafo tratta della misericordia, che è l’ultima parola davanti al rifiuto, alla resistenza, alla dimenticanza, alla corruzione e all’alienazione umane. Anche se l’uomo si oppone a Dio o lo dimentica, «il suo abbraccio sulla nostra vita si ripete continuamente» (p. 68). È davanti alla misericordia di Dio che nasce davvero il desiderio di cambiare, un cambiamento che è già presente nella domanda di cambiare. E in ciò sta, ultimamente, la vera ragione della speranza.
L’assemblea (La pazienza del cammino) ricalca il metodo educativo di Giussani: coinvolgimento di sé, dialogo, lavoro comune e tempo come elemento essenziale dell’esperienza. A queste condizioni del cammino ne è aggiunta, nell’introduzione, un’altra: l’approssimarsi al “dunque finale” senza poterlo però raggiungere, perché l’opera compiuta è “al di là”. In ciò sta, per Giussani, una delle caratteristiche peculiari della speranza cristiana, che la distingue da altre “speranze”, che hanno per meta la realizzazione di un progetto sociale o qualcosa - beni, persone, carriera - che può essere afferrato o si presume possa esserlo. Nel succedersi di domande e risposte l’assemblea è un progressivo ampliamento dei contenuti delle due prime lezioni, con la messa a fuoco di interrogativi, soprattutto di studenti, sinceri e concreti. Di particolare rilievo sono le risposte alle domande su: il giovane ricco (pp. 77-80), sulla compagnia come luogo dell’incontro (pp. 81-83), su misericordia e morale (pp. 85-92), sull’immaginazione (pp. 95-97).
La terza lezione conclusiva (La speranza dell’uomo nuovo), costituisce una sorta di sintesi programmatica per i partecipanti di allora e per i lettori di oggi. Nel primo dei cinque punti di cui si compone, tale sintesi considera il punto centrale di tutto il discorso fatto, introdotto dalla domanda sullo scopo “nostro”, che Giussani non specifica, ma può facilmente intendersi come lo scopo della vita e dell’attività cristiana e, ancor più precisamente, come lo scopo del movimento di Comunione e liberazione. Per la precisione della formulazione il brano merita di essere riportato per intero: «Il nostro scopo, prima di tutto, non è stato mai una compagnia forte. Il nostro fine non è quello di creare una compagnia forte, una comunità che si imponga: questo lo credono gli altri, perché uno proietta sugli altri quello che è. Il nostro scopo, la nostra passione è creare un uomo nuovo in te, così come io sono impegnato con me stesso perché si crei in me» (p. 120). Questa “collaborazione” nel creare un uomo nuovo è esplicitata nel secondo punto nella dinamica del cambiamento, che deve essere incoraggiato, accompagnato e continuamente suscitato. Tale cambiamento non insegue un’immagine di uomo da attuare, ma coincide con la realizzazione di sé, dal rinascere come vita umana alla scoperta dell’“io” (documentati da testi di canzoni, poesie, racconti di vita di santi). La sua riuscita è - terzo punto - opera non dell’uomo, ma di un Altro che agisce nell’uomo e che vuole il bene del singolo uomo, ossia che ciascuno diventi sé stesso. Il cammino dell’uomo nuovo è pertanto dono, grazia di una presenza che si comunica attraverso una realtà in tutto umana e portatrice di un significato più grande. Il quarto punto riguarda il lavoro che tale dono gratuito suscita e implica, perché non resti vaga parola l’incontro fatto: prendendo le distanze dall’intellettualismo e dal volontarismo, Giussani chiama tale lavoro esperienza, che definisce come rapporto e impatto dell’uomo con la realtà, grazie ai quali egli prende coscienza della realtà stessa e giudica gli avvenimenti della vita alla luce dell’ideale, della verità, ossia di «quell’impatto che gli fa giudicare tutti gli impatti». In questo punto, un’attenzione particolare è riservata al fenomeno della “verifica”, che occupa un ruolo fondamentale nella concezione educativa di Giussani. Nel quinto e ultimo punto ritorna prepotentemente il tema della misericordia, come «cosa sovrumana» che apre alla possibilità di un destino per ciascun uomo e assicura una certezza su cui fondare la propria speranza. La misericordia fedele di Dio dà volto all’uomo e lo rende capace di amore e di grandezza, e genera in lui due segni visibili e riconoscibili da tutti: la letizia e la gratuità. Il volume si chiude con un’accorata visione dell’”uomo nuovo”, la cui principale caratteristica è la «passione per il destino di sé e dell’altro, chiunque egli sia» e con l’invito al cambiamento di sé continuo e quotidiano, per un rinnovamento dell’esperienza umana, nella società odierna, sostenuto dalla speranza e dall’amore verso ogni singolo essere umano.