Luigi Giussani, All’origine della pretesa cristiana. Volume secondo del PerCorso, Rizzoli, Milano 2001, 168 pp.
Questo scritto è la versione definitiva di All’origine della pretesa cristiana, secondo volume della trilogia il PerCorso, pubblicato per la prima volta da Jaca Book (1988) e ora da Rizzoli (appartengono alla trilogia Il senso religioso, 1997 e Perché la Chiesa, 2003). Dal 2004 è disponibile anche in edizione economica BUR.
Nel 1994 Jaca Book ha riproposto il testo nel primo dei due volumi che raccolgono gli scritti dell’Autore pubblicati sotto il suo marchio (Opere 1966-1992. Vol. 1. Il PerCorso, pp. 187-328).
Nel gennaio 2001 il volume, esaurito nell’edizione Jaca Book del 1988, è stato ripubblicato da Cooperativa Editoriale Nuovo Mondo.
Già nelle primissime edizioni del volumetto Il senso religioso (GIAC, 1957, nei capitoli «L’iniziativa divina» e «Dio con noi», pp. 15-21; Jaca Book 1966, «Parte terza. Rivelazione», pp. 53-74; riedizione 1977, pp. 57-80) l’Autore aveva accennato alle tematiche che hanno poi trovato trattazione più ampia e autonoma nell’edizione Jaca Book del 1988 e, infine, in questo volume.
Nel 2007, per iniziativa editoriale di Rizzoli, l’opera è stata pubblicata nel volume L’itinerario della fede che ripropone integralmente Il Percorso («All’origine della pretesa cristiana [2001]», in Rizzoli, 2007, pp.191-310).
La presente edizione si apre con la «Prefazione» dell’Autore (pp. V-VI). Nella parte iniziale è riproposta l’introduzione di All’origine della pretesa cristiana pubblicato negli Stati Uniti («Preface» in At the Origin of the Christian Claim, McGill-Queen’s University Press, 1998, pp. XI-XII), mentre il seguito, in cui l’autore approfondisce il significato e l’intento di questo testo, è inedito.
Rispetto all’edizione del 1988 è stato realizzato un importante lavoro di revisione al fine di favorire chiarezza e maggior comprensione del testo, ma anche, come afferma l’Autore, «per renderlo ancora più vicino al lettore di oggi», senza però modificare la struttura e l’impianto originari («Prefazione», p. VI).
I cambiamenti (tagli, aggiunte, modifiche) riguardano in particolare l’«Introduzione» (Rizzoli, 2001, pp. 3-11), alla quale è stato apposto un cappello, e i capitoli primo (pp. 13-21), secondo (pp. 23-31), quarto (pp. 43-56) e nono, ora intitolato «Di fronte alla pretesa» (pp. 127-137; nell’edizione del 1988 si intitolava «Il mistero dell’incarnazione» che è ora il titolo del primo paragrafo, 2001, p. 135). Il paragrafo finale «Per concludere» (p. 136-137) è costituito dagli ultimi due capoversi del paragrafo «L’istintiva resistenza» (1988, p. 146) con l’aggiunta di una parte inedita.
L’apparato note, infine, ha subito ampie modifiche: tutti i riferimenti biblici sono stati espunti dal testo, portati in nota a piè di pagina e corretti con l’indicazione degli emistichi.
«Nell’affrontare il tema dell’ipotesi della rivelazione cristiana, nulla è più importante della domanda sulla reale situazione dell’uomo». Senza questa coscienza attenta e appassionata di se stessi, infatti, anche quello di Cristo diverrebbe un puro nome, una risposta a una domanda inesistente.
Una coscienza vera di sé implica sempre, in ultima istanza, l’urgenza di quelle domande sul significato esauriente del vivere che pongono l’uomo di fronte al Mistero. La percezione dell’esistenza di un quid ultimo che sottende ogni cosa rappresenta, infatti, il vertice dell’umana ragione.
In tutti i tempi gli uomini si sono protesi alla ricerca di esso; di qui sono nate religioni e filosofie, accomunate dal medesimo sforzo di immaginare il rapporto con Dio e dalla stessa insuperabile impotenza a raggiungerlo (in questo senso – come tentativi – tutte le religioni sono «vere»). All’estrema soglia di ogni autentico percorso religioso, l’uomo percepisce un senso di vertiginosa sproporzione tra sé e l’Infinito. In questo punto drammatico, egli comprende che l’aiuto decisivo gli può venire unicamente dall’iniziativa del Mistero stesso.
Nella libertà dei tentativi se c’è un delitto che una religione può compiere è quello di dire: «Io sono la religione». Per ripugnante che possa essere, questa è esattamente la pretesa cristiana. Essa si basa sull’ipotesi che l’enigmatica presenza, che incombe oltre l’orizzonte di ogni cosa, sia penetrata nel tessuto della storia, e con forza espressiva inimmaginabile si sia incarnata in un «Fatto» umano. Questa supposizione corrisponderebbe all’esigenza della rivelazione, propria della ragione, e sarebbe irrazionalità escluderla.
Data la «possibilità» del fatto e la «razionalità» dell’ipotesi, resta dunque una sola cosa da chiedersi: è accaduto o no? Se fosse realmente accaduta, infatti, questa sarebbe l’unica strada perché l’avrebbe tracciata Dio stesso. L’accadere di questo fatto rivoluzionerebbe, capovolgendolo, il metodo religioso. Esso non coinciderebbe più con uno sforzo intellettuale o spirituale di immaginare il Mistero, ma semplicemente con un riconoscimento e una adesione ad una realtà presente. Che questo fatto sia accaduto è precisamente il contenuto dell’avvenimento cristiano.
A questo punto occorre, innanzitutto, rendersi conto della natura del problema. Esso non riguarda una questione di gusti o pareri né di analisi dell’animo religioso. Che Cristo abbia detto o no di essere Dio, che sia o non sia Dio e che ci raggiunga ancora oggi è, innanzitutto, un problema di carattere storico, perciò il metodo per affrontarlo deve essere adeguato.
Il cristianesimo non nasce, infatti, come le altre religioni, ma è un avvenimento storico, come testimoniano le prime pagine del Vangelo di Giovanni. Il Mistero ha scelto di diventare un uomo – Gesù di Nazareth – e di farsi incontrare con la stessa modalità, umanissima e drammatica, con la quale ci si imbatte in un amico. In questo incontro accade una corrispondenza profonda tra la propria attesa umana e l’avvenimento che si ha di fronte; è questa eccezionalità che permise a Giovanni e Andrea di esclamare: «Abbiamo trovato il Messia». Nella convivenza con quell’uomo, poi, la certezza insorta nel primo istante divenne, in un successivo ripetersi di riconoscimenti, certezza compiuta sulla quale poggiare tutta la vita. Gli amici di Gesù, stando con lui, ne scoprirono caratteristiche incomparabili: un’intelligenza inattaccabile, un potere assoluto sulla natura, uno sguardo in grado di leggere il segreto del cuore di ogni uomo, una capacità di commozione senza fine per il destino di ogni persona.
In forza di questa corrispondenza sperimentata, si attaccarono a lui e furono condotti dall’esperienza dell’incontro con la Sua eccezionale umanità alla grande domanda circa la Sua divinità: «Chi sei tu?». A questa domanda Gesù rispose attraverso una lenta pedagogia, aggiungendo progressivamente elementi che suggerirono la risposta, fino alla rivelazione esplicita della natura divina della propria persona.
Il «segno» più grande, più dimostrativo del fatto che Gesù è Dio è l’assoluta consonanza tra la sua concezione della vita e l’attesa profonda dell’uomo: solo Dio, infatti, può svelare, conservare e realizzare tutta l’ampiezza della natura umana. Le dimensioni essenziali di tale concezione consistono nel valore assoluto della persona (Gesù porta a galla che ogni singolo uomo è rapporto diretto ed esclusivo con Dio e perciò intangibile), nella religiosità quale vera sorgente di moralità, nella preghiera come espressione della coscienza della dipendenza vissuta da Dio e nel dono totale di sé quale legge profonda della vita.
Per il peccato originale, però, l’uomo si trova incapace a vivere compiutamente il rapporto con Dio e quindi la verità della sua umanità. È la presenza di Gesù che continuamente sostiene la libertà della persona rendendola capace di essere se stessa. Il cristiano è dunque un uomo che nella certezza della compagnia di Cristo (fede) cammina pieno di speranza e capace di un’affezione nuova a tutto (carità).
Duemila anni dopo la natura originale del metodo dell’Incarnazione resta identica, costringendo chiunque a prendere posizione: Dio salva l’uomo attraverso l’uomo, l’incontro con una realtà umana viva. Il vero problema diventa solamente «che l’uomo lo riconosca con amore».